SUMMONTE CELEBRA CON UNA MOSTRA PERMANENTE LA FAMIGLIA DORIA, FEUDATARI DEL BORGO NEL XVI SECOLO

E’ in programma sabato 25 giugno presso il complesso castellare di Summonte, l’inaugurazione della mostra permanente dedicata alla famiglia Doria, feudatari di Summonte nel sedicesimo secolo. L’evento si apre con convengo al quale prenderanno parte il sindaco Pasquale Giuditta, lo storico Frano Bove, il presidente della provincia Rizieri Buonopane, il consigliere regionale Maurizio Petracca e il prefetto di Roma Matteo Piantedosi.

“Le radici della Summonte moderna sono da ascrivere alle scelte urbanistiche operate dalla famiglia Doria che era stata attratta dal patrimonio ambientale del nostro borgo. La riscoperta della storia – aggiunge il primo cittadino Pasquale Giuditta – è uno dei tasselli della valorizzazione del territorio: storia, cultura, paesaggio. Ecco gli elementi che da sempre fanno di Summonte uno dei borghi più belli d’Italia e meta di visitatori e scolaresche”.

A seguire nota storica.

 

 SUMMONTE E LA FAMIGLIA DORIA DEL CARRETTO

Il centro abitato di Summonte ed il suo territorio con la fine del conflitto tra Angioini e Aragonesi smise di essere l’avamposto fortificato dello stato feudale dei della Leonessa e iniziò la sua gravitazione sulla direttrice viaria che da Napoli portava alla Puglia, passando per la valle avellinese. Nel corso del viceregno spagnolo, in particolare dalla seconda metà del XVI fino a tutto il XVII secolo, sulla base di tale orientamento assunse tutt’altra funzione politico-economica entrando nel novero dei  feudi dell’Italia meridionale che l’imperatore Carlo V concesse ad Andrea Doria e ai suoi discendenti, come riconoscimento dei servigi resigli. I diversi rami di questa famiglia genovese nell’arco di pochi decenni acquisirono le signorie di importanti aree del Mezzogiorno peninsulare. Gianandrea Doria ebbe la contea di Tursi, mentre Marcantonio del Carretto, il principato di Melfi, già dei Caracciolo, con Lagopesole, Lacedonia e Candela. Andrea Doria, marito di Peretta Usodimare vedova del Carretto, nel 1528 adottò Marcantonio del Carretto, figlio di primo letto della moglie e, in seguito all’adozione, Marcantonio ottenne il principato di Melfi e l’uso del doppio cognome del Carretto Doria. Oltre al principato di Melfi, i Doria del Carretto ebbero altri importanti feudi nel Regno di Napoli, grazie anche ai rapporti privilegiati con la Spagna. Tra questi feudi c’era Summonte. E’ probabile che tale possesso sia stato acquisito già nella seconda metà del XVI secolo. Nel 1604 Carlo I Doria del Carretto ottenne il marchesato (poi ducato) di Tursi e in seguito il principato di Avella. Tra i suoi possedimenti c’è la signoria di Summonte.

Nato a Genova nel 1576, Carlo era figlio secondogenito di Gianandrea Doria principe di Melfi ed erede del celebre ammiraglio Andrea Doria che lo aveva adottato. Sua madre era Zanobia Del Carretto. Seguendo le orme del padre, sin da giovanissimo aveva seguito non solo il solco politico tracciato da Andrea Doria all’interno della Repubblica di Genova, ma si era schierato anche con la Spagna. Il 12 dicembre 1594 venne inviato dal padre per la prima volta alla corte di Madrid, con l’intento di richiedere al sovrano spagnolo l’affidamento temporaneo delle galee qualora il padre non fosse stato in grado di svolgere tale compito per motivi di salute, sottolineando inoltre l’enorme carico di lavoro e di responsabilità a cui Gianandrea era ormai stanco di sopperire. Nel 1601, Carlo venne inviato a compiere una spedizione militare contro i pirati berberi Algeri con 17 galee. Con la morte del padre nel 1606, nell’eredità che ricevette Carlo ottenne anche 12 galee e da Filippo III di Spagna ottenne la somma di 2000 scudi. Nel contempo la morte di Gianandrea aveva riaperto la volontà del senato genovese di riarmare la repubblica anche a scapito della Spagna. Nel 1606, con 11 galee genovesi, prese parte ad una spedizione contro i turchi e nel 1609 Filippo III gli affidò l’incarico di trasportare 100.000 mori in Africa. Terminato tale compito l’imperatore gli affidò il principato di Avella come feudo. Nel 1619 il Doria divenne luogotenente del principe Emanuele Filiberto di Savoia e venne da questi posto a capo di una flotta alleata composta da spagnoli, maltesi, pontifici, toscani e genovesi che compì un’ulteriore spedizione contro Tunisi. Carlo riuscì ad occupare il porto di Tunisi solo durante una seconda spedizione che si svolse nel 1623, infliggendo gravi perdite alla marina turca. Più volte in quegli stessi anni fu ambasciatore e mediatore per conto della repubblica di Genova, in particolare col duca di Savoia, come pure in occasione dell’evacuazione del Sassello da parte dei soldati spagnoli dopo la conquista definitiva da parte delle armate genovesi, oppure presso il governatore di Milano, Álvaro de Bazán, suo consuocero. Fu stimato anche dal duca di Olivares e ciò non fece altro che aumentare il potere personale e i privilegi del Doria a scapito addirittura di quelli concessi alla repubblica.

L’interesse dei genovesi verso territori del Mezzogiorno lontani dal mare ha varie motivazioni e si inserisce in un fenomeno più generale di promozione di attività produttive di tipo proto-industriale. Nel Seicento si registrano rilevanti cambiamenti nel settore manifatturiero del Regno di Napoli che determinano la nascita della cosiddetta proto-industria. Soprattutto la crisi del XVII secolo, come è stato rilevato dalla storiografia, determina profonde trasformazioni: crisi produttiva delle grandi città manifatturiere italiane; nuovi mercati di materie prime; nuove forme di commercializzazione dei prodotti proto-industriali e l’emergere delle manifatture. Favorisce tale processo innovativo l’introduzione di maestranze genovesi venute a seguito delle grandi famiglie aristocratiche liguri. In alcune aree del Sannio e dell’Abruzzo furono impiantati, sempre all’ombra del baronaggio o della Chiesa, diversi poli proto-industriali. Il processo finale vide la creazione di diversi indotti in cui la lavorazione di materie prime regionali con l’impiego di manodopera specializzata fece nascere corporazioni e sviluppare un ceto mercantile su base cittadina, insieme a mercati di vendita delle merci regionali ed extraregionali. In tale contesto, fra fine Cinquecento e Seicento, emerse un decentramento produttivo che interessò le prime fasi della lavorazione delle nuove produzioni. Ciò avvenne in quartieri appositi caratterizzati dalla vicinanza delle case appartenenti allo stesso ceppo familiare e a soggetti che svolgevano lavori simili e complementari. Spesso gli edifici erano disposti in una sequenza continua, con case a schiera, che non presentavano interruzioni e che circoscrivevano spazi agevoli di transito, in un ordinamento del tutto diverso dall’assetto urbanistico medievale. Le famiglie ivi insediate finivano coll’appartenere allo stesso lignaggio, unite dalla specializzazione nelle diverse sfere produttive. Nuclei domestici dove segreto di mestiere e solidarietà di lignaggio erano utilizzati per portare avanti nuove strategie comunitarie e solidaristiche. Nel 1679, per queste comunità delle province campane, la crisi del Seicento è in via di superamento. Le nuove funzioni economiche stimolano, tra l’altro, il sistema dei trasporti e, in particolare, la crescita della marineria. Il commercio marittimo, che non è limitato al solo cabotaggio, assume una rilevante importanza nell’intermediazione fra Napoli e le province e nella commercializzazione dei prodotti della proto-industria delle province di Principato Citra ed Ultra e del Regno. I cantieri si dedicano alla costruzione di un numero crescente di navi e, progressivamente, di scafi di maggiore stazza, superiori anche alle normali tartane, mano a mano che si amplia il raggio di azione dei navigli verso rotte mediterranee. In molte aree del Regno di Napoli alcune famiglie feudali, come i Doria, diventano, in questa fase, protagoniste del nuovo indirizzo di sviluppo economico.

Per quale ragione i Doria si interessarono di Summonte, che aveva un territorio prevalentemente montano e rendite non elevate? Quello che avvenne nel suo centro abitato tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo può fornire una plausibile spiegazione. Carlo I Doria del Carretto vi investì molto danaro ed energie in una radicale trasformazione della struttura urbana. Seguendo le linee di tendenza della specializzazione produttiva sopra descritta, indusse la popolazione ad abbandonare del tutto il nucleo urbano medievale, costruito in forte pendio alla base del castello normanno-svevo (fortilizio modificato in età angioina riducendone la funzione a mero presidio di confine), e favorì lo spostamento degli abitanti in un “borgo nuovo”, consentendo l’edificazione lungo la strada che porta alla valle avellinese e lungo i sentieri che scendono dalla montagna. Gli spazi di transizione ne risultarono più ampi, le case di maggiore dimensione e di migliore qualità. Le botteghe, numerose, si affacciavano agevolmente ai lati dei percorsi attraversati dai traffici. Affiancata a tale cortina di edilizia a schiera i Doria costruirono la loro villa di delizie che ricorda nella composizione della facciata (corpo centrale sopraelevato rispetto alle ali laterali) la cinquecentesca villa Doria Centurione di Pegli nel Comune di Genova. Questa architettura appare sorprendente, perché dimostra la volontà della famiglia feudataria di non isolarsi dagli spazi urbani dove si svolgeva il lavoro quotidiano (al contrario di quanto accadeva di solito con le ville aristocratiche immerse in grandi giardini recintati), ma di manifestare una concreta partecipazione alla vita del centro abitato. L’insieme delle operazioni di ricomposizione dell’impianto urbano costituisce alla luce di tali osservazioni un esempio singolare ed emblematico del nuovo corso economico-produttivo. A sua volta il castello fu trasformato in una sorta di piazzaforte bastionata, opera incomprensibile se non collocata all’interno delle nuove strategie. Che senso poteva avere, infatti, costruire l’elegante dimora signorile in un villaggio aperto e, nello stesso tempo, ricomporre interamente il castello? Di esso fu allargata l’area di pertinenza, munendola tutt’intorno di mura a scarpa alta e di bastioni d’angolo. Fu, inoltre trasformata la torre in un centro delle difese fisse ricavando tre aperture nella sua base per bocche da fuoco di discreto calibro. Furono demoliti e interrati gli ambienti perimetrali del castello e la cappella, diminuendo la capacità complessiva della fortificazione di ospitare gente. Fu conservata solo la porta medievale di accesso al precedente nucleo abitativo di origine medievale ormai abbandonato. La spiegazione più convincente è che i Doria intendessero trasformare il vecchio castrum in un luogo intercluso e ben difeso, sufficientemente ampio per il deposito del legno raccolto dai boschi montani al fine di avviarne la preliminare lavorazione e stoccarlo per la stagionatura. Non a caso il sistema difensivo bastionato, più esteso di quello che oggi si vede (alcune abitazioni attuali occupano i siti dei baluardi d’angolo e dei terrazzamenti), fu realizzato solo verso valle, mantenendo integre le mura medievali rivolte verso il caseggiato. Alle spalle della porta di S. Nicola e in stretta contiguità si trovava verosimilmente una ridotta abitazione destinata alle guardie che presidiavano il luogo. Sul cassero furono edificati alcuni piccoli ambienti in funzione di depositi. Era una soluzione che garantiva nello stesso tempo possibilità di organizzazione del lavoro senza interferenza con le attività urbane e sicurezza dalle incursioni del banditismo. Il legno accatastato era costituito da varie essenze (in particolare il rovere e le conifere) e destinato prevalentemente ai cantieri navali, ma non si può escludere che potesse essere anche inviato alle cartiere situate sulla costa campana. Su questa linea si mossero per quasi un secolo i successori di Carlo I, fino al decadere di questo sistema produttivo.