ScopriMente, la trappola emotiva della Deprivazione affettiva

Per un nuovo appuntamento di “ScopriMente”, la nuova rubrica di psicologia a cura del direttore di Irpiniatimes, la dottoressa Anna Vecchione e della Psicologa e Psicoterapeuta Serena Guerriero, parleremo di “Deprivazione affettiva”. Significato, origine della trappola emotiva e conseguenze.

 

Dottoressa, cosa si intende per deprivazione affettiva o emotiva?

 La deprivazione affettiva è stata oggetto di importanti ricerche tra il 1940 e il 1960. Molti furono gli psicoanalisti che si occuparono del problema: J. Bowlby (1969), nella sua teoria della perdita, considera l’angoscia come una risposta realistica da parte di un individuo vulnerabile per la separazione o per una minaccia di separazione dall’agente delle cure materne. Dato che la dinamica d’attaccamento prosegue per tutta la vita adulta, l’angoscia da separazione sorgerà ogni volta vengano minacciate le relazioni più importanti. È impossibile definire la carenza affettiva in maniera univoca, poiché bisogna tener conto, nell’interazione madre- bambino di tre dimensioni:

  • l’insufficienza dell’interazione che rimanda all’assenza della madre e del sostituto materno

(affidamento istituzionale precoce);

  • la distorsione che tiene conto della qualità dell’apporto materno (madre imprevedibile);
  • la discontinuità del rapporto che provoca la separazione, quale che ne siano i motivi.

René A. Spitz (1949) compie a tal proposito una ricerca sul comportamento dei lattanti tra i sei e diciotto mesi, posti in ambiente sfavorevole: ospedale, orfanotrofio. Dopo una separazione materna brutale egli nota dapprima un periodo di piagnucolamenti, poi uno stadio di ritiro e d’indifferenza, accompagnati da una regressione dello sviluppo e da sintomi somatici. Altri studiosi quali, hanno studiato il comportamento di bambini dell’età compresa tra i 2 e tre anni, esposti ad una situazione particolare, come la permanenza in un istituto o in un reparto ospedaliero, allontanati dalle cure della figura materna e da tutte le altre figure importanti e conosciute. Le reazioni infantili ad un trasferimento in tali luoghi sono varianti dei fondamentali processi di lutto. Se un bambino dai quindici ai trenta mesi ha avuto una relazione sicura con la madre, manifesterà nella situazione sopra descritta una sequenza di comportamento abbastanza prevedibile. Tale comportamento può essere diviso in tre fasi: · protesta, · disperazione, · distacco.

All’inizio il bambino invoca il ritorno della madre con il pianto e sembra fiducioso di riuscire nel proprio intento. È questa la fase della protesta che può durare anche per diversi giorni. Il bambino resta preoccupato per l’assenza della madre e spera nel suo ritorno; ma l’esito negativo lo fa cadere nella disperazione. Successivamente si verifica un cambiamento radicale: il bambino pare disinteressato e sembra essersi quasi dimenticato della madre. Una volta tornato a casa, nel suo ambiente familiare, il comportamento del bambino dipenderà dalla fase raggiunta nel periodo di separazione. In seguito a perdite improvvise c’è sempre una fase di protesta, durante la quale chi ha subito la perdita, tenta in ogni modo di recuperare la persona persa e la rimprovera d’averla abbandonata. Durante questa fase e in quella successiva della disperazione le sensazioni sono ambivalenti; anche se l’alternanza di speranza e disperazione può continuare per molto tempo, alla fine vengono messe in atto misure di distacco emotivo della persona persa. La reazione alla separazione è alla base delle reazioni di paura e di ansietà che il bambino svilupperà da adulto, oppure dello sviluppo di un attaccamento ansioso verso gli altri”.

 

Le origini di questa trappola emotiva possono essere svariate. Nella maggior parte dei casi si registrano episodi infantili di abbandono, scarsa affettuosità da parte dei genitori o persino l’adozione…

“Attraverso la relazione il bambino delinea una prima mappa di attribuzioni che sono alla base del riconoscimento identitario proprio e dell’altro: chi sono io e chi è l’altro. Mappa che verrà rivisitata nel crescere, nell’impatto con gli eventi significativi della vita e con i fisiologici cicli di passaggio e crisi evolutive. Quando avviene un’esperienza di fallimento relazionale il bambino si riadatta e “impara” rivedendo il proprio sistema motivazionale: memorizza il ritiro, l’attacco o la fuga come strategie e le utilizza quando si ripresentano situazioni simili o vissute come tali. Nei primi quattro anni di vita il sostegno al proprio Sè proviene essenzialmente dalle figure d’attaccamento principali, mentre verso i cinque-sei anni l’identità individuale poggia sull’identità familiare. A quest’età, nel confrontarsi con il mondo esterno, il bambino ha una maggiore e piena coscienza di incontrare altri adulti e bambini. Il Noi familiare nell’infanzia diventa, quindi, importante perché gli altri Noi sono ancora troppo deboli; è, infatti, l’identità familiare a fornire quella sicurezza della quale un bambino ha bisogno quando si trova fuori casa. La teoria dell’attaccamento contribuisce alla definizione d’alcuni principi cardine del discorso. Innanzitutto conferma la centralità del legame primario che è quello con la madre destinato a segnare l’imprinting per la formazione dei legami successivi. La sofferenza causata dalla separazione dalla figura di riferimento è maggiore quando il bambino supera l’anno d’età; inoltre la reazione più frequente all’abbandono si traduce con l’assunzione di comportamenti aggressivi, mirati a “punire” chi si cura del bambino nel tentativo di evitare ulteriori separazioni; il modo in cui chi si occupa del bambino accoglie le sue reazioni alla perdita, influenzerà certamente in modo determinante lo sviluppo successivo di quel bambino. Infine il bambino abbandonato, in genere, è in possesso delle risorse necessarie che gli consentono di stabilire altri legami di uguale importanza in grado di colmare la perdita e di consentire l’elaborazione e la cicatrizzazione della profonda ferita provocata dal fallimento del legame primario. È ciò che rende tanto delicato quanto straordinariamente importante il vincolo adottivo, quando si dimostra all’altezza di riprendere il processo di sviluppo dell’affettività del bambino laddove è stato dolorosamente interrotto per portarlo a termine con successo. La privazione prolungata di cure familiari nell’infanzia può avere ripercussioni gravi, talvolta permanenti, sulla formazione del carattere e quindi sulla personalità adulta. Sono diverse le conseguenze nel caso in cui il bambino non abbia mai avuto una relazione stabile e rassicurante con la figura paterna e materna, dalla situazione in cui questa relazione invece esisteva ed è stata interrotta. La carenza di cure familiari è negativa per tutto il ciclo dello sviluppo, dalla nascita all’adolescenza, ma è tanto più grave quanto più si configura come “un’assenza completa”. La perdita delle figure materne e paterne è meno grave se è temporanea. Il collocamento in comunità assistenziale deve essere pertanto il più breve possibile, le cure familiari di cui il bambino necessita possono essere fornite da persone diverse da coloro che l’hanno generato, purché esse assicurino un legame affettivo intimo e costante, fonte di soddisfazione e gioia. Gli istituti educativo-assistenziali, anche se organizzati nei cosiddetti gruppi famiglia, non sono strutturalmente in grado di fornire ai bambini relazioni interpersonali che assicurino loro le necessarie cure familiari. La prevenzione dei danni da carenza di cure familiari può essere attuata assicurando, quando possibile, ogni aiuto alla famiglia d’origine perché possa carenza di cure familiari può essere attuata assicurando, quando possibile, ogni aiuto alla famiglia d’origine perché possa svolgere adeguatamente il suo compito educativo oppure garantendo ai bambini privi di un idoneo ambiente familiare un’altra famiglia (adozione o affidamento, a seconda della situazione). Fondamentale, quindi, è descrivere gli effetti positivi o negativi della presenza/assenza di una sana figura d’attaccamento. Ma che cos’è l’attaccamento? L’attaccamento è un sistema motivazionale, che induce l’individuo alla ricerca dello stabilirsi di una relazione con l’altro ed al suo mantenimento; Bowlby (1988), descrive il comportamento di attaccamento come «quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un´altra, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diventa evidente ogni volta che la persona è spaventata, affaticata o malata, e si attenua quando si ricevono conforto e cure. L’attaccamento nasce come manifestazione pulsionale, ma si sviluppa in seguito come fenomeno internazionale: il legame di attaccamento ha funzione di sopravvivenza nel senso che la ricerca di prossimità assicura protezione, nutrimento e possibilità di esplorare l’ambiente. Lo scopo del sistema di attaccamento è, quindi, primariamente spaziale, ossia di ricerca di un’ottimale prossimità con il caregiver, e solo successivamente acquisisce caratteristiche prettamente psicologiche che riguardano il sentimento che deriva dalla vicinanza con la madre. E’ possibile, quindi, in base a quanto detto, immaginare la fatica, il “trauma” che può avere un bambino abbandonato che va in adozione, e che spesso ha ricevuto cure primarie o inadeguate, trascuranti o maltrattanti, potrà vivere nel doversi fidare e affidare a nuovi adulti-genitori. Il bambino che va in adozione sperimenta quindi la rottura di un legame di attaccamento (quello con la madre biologica o di chi si è occupato di lui prima dell’adozione) e la necessità di dover nuovamente legarsi e affidarsi a adulti, strutturando un nuovo legame di attaccamento questa volta con i genitori adottivi. A seconda dell’età di ogni legame di attaccamento si strutturerà in modi e tempi diversi, non dando per scontato che il bambino più piccolo si legherà prima e meglio ai genitori adottivi. L’assenza di relazioni privilegiate che spesso caratterizza la vita in una struttura di accoglienza per minori, può avere una specifica influenza nello stile di attaccamento del bambino. In particolare, possono osservarsi nei minori istituzionalizzati una tendenza all’autonomia, all’adattamento e all’atteggiamento compiacente”.

 

La deprivazione affettiva, negli anni, alimenta la sensazione di vuoto, tristezza? Quali sono i comportamenti messi in atto dal soggetto ‘intrappolato’? E le conseguenze?

“Durante i primi mesi e anni, come detto prima, il bambino ha bisogno di carezze, abbracci, baci e tenerezze che stimolano la crescita del cervello e la maturazione. Senza questo calore affettivo, senza questo attaccamento materno-filiale, lo sviluppo neuronale non è completato correttamente. Sappiamo che non è sufficiente per nutrire il bambino per crescere sano, è necessario trasmettere affetto e amore, fargli sentire che lui è amato a svilupparsi correttamente, non solo a livello emotivo, ma anche fisico e mentale.  E’ importante sottolineare che non sempre è necessario che il bambino sia soggetto a cause estreme come abuso, abbandono, a lunghi ricoveri, separazioni o divorzi traumatici, per trovarsi in una situazione di deprivazione emotiva più o meno grave. La scarsa qualità dell’assistenza contribuisce significativamente al deterioramento dello sviluppo del bambino.  I bambini che trascorrono ore e ore solo d’ avanti alla TV o allo schermo del computer non godono l’affetto o le interazioni sociali o intellettuali che corrispondono alla loro età.  Questa tendenza a lasciare i bambini con la bambinaia virtuale per lunghe ore crea uno stile di genitorialità impersonale, che guida i bambini verso la tecnologia e ad abbandonare il fattore umano. Le conseguenze delle carenze emotive subite durante i primi anni di vita sono spesso irrimediabili.

Alcuni di questi sintomi sono:

  1. Problemi con il controllo degli impulsi, con bruschi cambiamenti nel comportamento e risposte aggressive.
  2. Diffidenza generalizzata.
  3. Scarsa conoscenza del linguaggio e abilità sociali.
  4. Deficit di attenzione
  5. Disturbi d’ansia
  6. Difficoltà a esprimere sentimenti e problemi per modularli.

Tutti questi sintomi possono raggiungere l’età adulta, trovandoci con persone egocentriche, con poche abilità sociali ed emotivamente dipendenti. La mancanza di affetto, specialmente durante l’infanzia, può comportare gravi danni alla salute psichica della persona. Più precoce è la deprivazione, più sono gravi gli effetti negativi generati, alcuni dei quali sono i seguenti (tra i più comuni, ma ogni persona reagisce in modo diverso):

-insicurezza e fragilità

-difficoltà nell’instaurare relazioni

-difficoltà nell’esprime emozioni

-scarsa empatia

-egocentrismo

-richiesta continua di aiuto (risultano “appiccicosi”)

-richiesta continua di attenzioni/ assoluta riservatezza.

Possiamo trovare persone che, da una parte, sono portate a nascondere agli altri (anche a persone a loro care, familiari, partner) i propri bisogni emotivi, a non esprimere il desiderio di essere maggiormente abbracciate, consolate e protette, poiché portate a pensare che comunque non lo otterranno (o che non è corretto esprimere se  stessi). Si costruiscono quindi una corazza, per dimostrare la loro forza e indipendenza emotiva. Queste persone possono arrivare a darsi totalmente agli altri, senza ricevere nulla in cambio, oppure circondarsi di amici e partner che non vogliono, o non possono, coinvolgersi pienamente in un rapporto. Quindi instaurano relazioni con persone fredde, distaccate, poco disponibili (magari perchè già impegnate in altri rapporti), concentrate su se stesse, o con persone in stato di difficoltà, che in ogni caso non potrebbero soddisfare i bisogni emotivi di cui necessitano. Ciò non fa altro che rinforzare la sensazione di vuoto, solitudine e privazione affettiva, in una spirale in continua ascesa: “Poiché la persona pensa di non poter ricevere ciò di cui ha bisogno, non lo chiede e, in questo modo, si preclude la possibilità di ottenerlo”. Ma non tutti reagiscono allo stesso modo a questa sofferenza, c’è chi invece di ritirarsi, diventa eccessivamente esigente (nei confronti di familiari, amici, partner ecc..) e ad arrabbiarsi quando non ottiene l’attenzione e il supporto di cui ha bisogno. Oppure c’è chi richiede costantemente aiuto e supporto, in maniera così continua ed intensa da apparire “appiccicoso” o fragile. Anche per questo comportamento ci sono conseguenze avverse: il voler essere sempre al primo posto per tutti senza considerare i bisogni altrui, diventa fonte di conflitti interpersonali. Gli altri possono allontanarsi, e la persona si ritrova ancora una volta senza supporto e ancora più sola. I casi di deprivazione emotiva possono essere numerosissimi. Quanti bambini vivono magari in belle case, con entrambi i genitori e con tutti i comfort. Dov’è la deprivazione? I bambini hanno i tablet, i videogiochi, giochi di ogni forma e dimensione, stanze solo per loro e per i loro peluches preferiti, e chi più ne ha più ne metta. E basta. Le coccole? Le giuste attenzioni? La fiducia dei genitori verso i propri figli? L’unione famigliare e il sostegno reciproco? Siamo tutti impegnati, uomini e donne in carriera, pensiamo che riempire le giornate dei bambini di cose e impegni basti per farli felici. Forse dovremmo riflettere meglio sul fatto che voler bene non è quantificare, ma fare e dimostrare. C’è chi è più sensibile e chi meno, ma un bambino avverte sicuramente se la sua mamma lo apprezza così com’è, se lo sostiene e lo ascolta. Sarà contentissimo di avere l’ultimo videogioco che ha tanto aspettato, ma ancora di più noterà il sorriso della mamma che lo guarda, la forza di un abbraccio del papà, le vibrazioni positive dell’aria di casa, dove per casa si intende unione, sostegno e affetto”.

 

La psicoterapia può aiutare la persona a gestire la trappola della Deprivazione e prendere consapevolezza dei suoi bisogni emotivi?

“Attraverso un percorso di psicoterapia la persona può essere aiutata a:

  • Prendere consapevolezza dei suoi bisogni emotivi;
  • Apprendere modalità adeguate per esprimerli;
  • Conoscere (e saper identificare nelle proprie relazioni) gli elementi fondamentali che reggono rapporti sani e soddisfacenti;
  • Riconoscere i campanelli di allarme, che possono portare alle ricadute.

Si cercherà di mettere in atto un lavoro di ristrutturazione cognitiva, abbandonando tutti i pensieri negativi e assurdi e risvegliando il vero potenziale del paziente, sviluppando l’ascolto di se stesso. Per svolgere tutto questo lavoro occorrerà pazienza, perseveranza e coraggio da parte del paziente. Non è un processo semplice o veloce, ma possibile”.

 

Deprivazione emotiva del bambino: essere genitori non è facile. Quali sono i campanelli d’allarme?

“Spesso i bambini deprivati, all’inizio hanno provato ad esprimere i loro bisogni ma, ad un certo punto è come se ci avessero rinunciato, sentendo che era comunque inutile: dall’altra parte c’era un genitore che puniva o svalutava quei bisogni magari sostituendoli anche con i propri (proiettando parti di sé sul figlio). Il bambino può essersi chiesto più volte “Ma perché mi hanno messo al mondo?” e questo perché avverte la mancata cura emotiva che diventa poi crescendo, quella vena malinconica che lo accompagnerà anche nelle giornate più felici. Il bambino sente che “manca qualcosa”, se si trova per esempio a confrontarsi con i propri coetanei, avverte che   la sua famiglia è differente rispetto a quelle dei suoi amici, lui si sente diverso. Svilupperà, quindi, una scarsa autostima, legata alla difficoltà, acquisita, nel riconoscere ed esprimere le emozioni. Nella Deprivazione Emotiva il bambino, infatti, ha ricevuto un accudimento inferiore alla media: dalla mancanza di contatto fisico (abbracci, baci, coccole), alla trascuratezza più evidente; dalla sensazione di essere di troppo, un peso, alla vulnerabilità che deriva da una mancata guida e un mancato orientamento da parte dei genitori. Individuare le origini della Deprivazione Emotiva è importante per entrare in contatto con le emozioni di rabbia e dolore che si sono riverberate nelle relazioni passate e che non sono altro che il segnale di un modello ricorrente che si è replicato a partire dall’infanzia. Entrare in contatto con il bambino deprivato è fondamentale proprio per aiutarlo a “sentire” e “chiedere” nelle relazioni attuali, per potergli insegnare a fidarsi di sé, delle proprie sensazioni e smontare quei cicli interpersonali che lo incatenano indirettamente sin dall’infanzia”.

 

I figli adottivi presentano più difficoltà rispetto ai loro coetanei non adottivi nell’area relazionale e nell’adattamento ed integrazione sociale. Dottoressa, questi bambini, hanno una predisposizione maggiore alle trappole emotive?

“La letteratura ad oggi relativa all’adozione nazionale e internazionale, mostra come i figli adottivi presentano più difficoltà rispetto ai loro coetanei non adottivi in diverse aree come quella della regolazione emotiva, nell’area relazionale, nell’adattamento sociale. Secondo la letteratura anche quando l’adozione avviene precocemente, ovvero nel primo anno di vita, i figli adottivi rispetto a quelli biologici hanno maggiori problematiche di natura psicologica. Questa maggiore predisposizione a varie difficoltà psicologiche è da ricondurre alle esperienze avverse che questi minori hanno vissuto all’interno della famiglia biologica, infatti il maltrattamento infantile, l’abuso sessuale e fisico, la trascuratezza nelle cure, determinano un forte impatto negativo sull’organizzazione psicologica della persona. Il genitore adottivo deve dunque essere pronto ad affrontare non poche difficoltà che inevitabilmente si presenteranno. L’adozione, secondo la letteratura, potrebbe con il tempo rappresentare una trasformazione di queste prime esperienze avverse, fornendo una nuova modalità relazionale e di attaccamento. Si è visto che, grazie all’accoglienza in famiglia, le problematiche psicologiche e comportamentali possono ridursi anche dopo un periodo di almeno un anno di permanenza nella famiglia adottiva. La famiglia adottiva, se ben preparata ad accogliere le difficoltà insite nell’adozione stessa, può rappresentare un fattore di resilienza nel difficile percorso di vita di questi minori. Capire che i comportamenti problematici e in apparenza provocatori sono spesso causati all’interpretazione che il bambino dà dei comportamenti altrui, e che questa è dettata dalle esperienze pregresse nella famiglia biologica. Tali esperienze pregresse hanno creato nel bambino un’immagine di sé stesso estremamente negativa, di bambino non amabile, rifiutato e questo renderà molto difficile fidarsi di nuovi genitori. L’abbandono, spesso, viene considerato un trauma. Il trauma, secondo l’Enciclopedia di psicoanalisi, viene dal greco e significa una “ferita grave con effetti permanenti”. Nell’adozione si verifica quando, oltre all’abbandono, il bambino subisce la negazione del suo passato. Boris Cyrulnik (2001) ricorre all’immagine del brutto anatroccolo per spiegare la sofferenza emotiva provata dal bambino; il fatto che trovi una famiglia di cigni non significa che il problema sia concluso, perché la ferita è scritta nella sua storia, incisa nella sua memoria, come se il brutto anatroccolo pensasse: “Bisogna colpire due volte per fare un trauma”. Il primo colpo provoca il dolore della ferita e il secondo fa nascere la sofferenza di essere stato abbandonato. Per curare il primo colpo il proprio corpo e la propria memoria devono fare un lento lavoro di cicatrizzazione; per attenuare la sofferenza del secondo colpo, bisogna poi cambiare l’idea che ci si è fatti di quanto è accaduto. L’adattamento viene facilitato se i genitori adottivi sono sereni e permettono al bambino di parlare del suo passato in modo aperto e di capire i motivi che hanno cambiato il percorso della sua esistenza; la vita precedente non può, infatti, essere cambiata, ma se al bambino viene data la possibilità di elaborare il lutto, di riannodare il filo della sua vita là dove si è spezzato potrà ristabilire una continuità tra presente e passato. Per crescere sereno il bambino ha, infatti, bisogno di stabilità, di punti di riferimento chiari da individuare perché essi rappresentano le fondamenta su cui costruire pian piano il proprio senso di sicurezza e la propria identità”. 

 

dott.ssa Serena Guerriero