ScopriMente, Disturbo depressivo: il vuoto dell’anima

Per un nuovo appuntamento di “ScopriMente”, la rubrica di psicologia a cura del direttore di Irpiniatimes, la dott.ssa Anna Vecchione e della Psicologa e Psicoterapeuta dott.ssa Annalisa de Falco, parleremo di “Disturbo Depressivo”: il male di vivere e il vuoto dell’anima.

 

Dottoressa, oggi parliamo di depressione… partiamo dal significato della parola.

“Il termine “Depressione” deriva dal verbo latino “deprimere”, che significa “premere verso il basso”. Dobbiamo porre molta attenzione all’uso di tale temine, in quanto, troppo spesso, viene usato anche per descrivere stati d’animo limitati nel tempo e secondari a tristi avvenimenti. In realtà il Disturbo Depressivo è una patologia invalidante che tende a coinvolgere ogni aspetto della vita di chi ne soffre. Si assiste alla presenza di un persistente tono dell’umore triste, irritabile e ad un calo della vitalità con coinvolgimento in senso negativo sia della sfera affettiva che cognitiva. La qualità della vita ne risulta gravemente compromessa. Il Disturbo Depressivo Maggiore è il più conosciuto e maggiormente diffuso e va distinto dall’episodio depressivo reattivo che, solitamente, avviene a seguito di un avvenimento particolarmente doloroso e/o traumatico. Ne può soffrire una persona apparentemente sorridente o addirittura sarcastica o essere evidente in soggetti che trascorrono tutto il giorno a letto, che non mangiano e trascurano l’igiene personale. Questo accade perché la Depressione non coinvolge solo la sfera emotiva, ma coinvolge anche il corpo, influenzandone il comportamento.  Il Disturbo Depressivo può colpire entrambi i sessi, ma si ritiene che sia maggiormente diffuso tra le donne. Una persona già emotivamente fragile, che viva in un ambiente familiare favorente, in associazione ad una predisposizione biologica-ereditaria, è più facilmente indirizzata allo sviluppo del Disturbo Depressivo. Ad esempio, una figlia femmina tenderà ad identificarsi con la madre affetta da tale patologia, rispetto alla figura maschile.   È soprattutto nel periodo dell’infanzia, in particolare negli anni della scuola materna ed elementare, che si possono cogliere i segnali che possono indirizzare alla valutazione precoce di elementi che denunciano difficoltà emotive che potrebbero condurre allo sviluppo e poi allo strutturarsi di dinamiche depressive. Ribadiamo, però, che non tutto “è depressione”; infatti quando il soggetto è confrontato con avvenimenti traumatici può vivere un periodo di umore depresso, causato dalla sofferenza per il cambiamento che sta vivendo, ma non si assiste al suo ritiro o all’isolamento dalla realtà. Per la diagnosi di Disturbo Depressivo vanno considerati  diversi fattori tra cui: umore melanconico per la maggior parte del giorno; diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività; aumento o diminuzione dell’appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio; mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati; ridotta capacità di pensare o concentrarsi; assenza del desiderio sessuale; trascuratezza nella cura ed igiene personale; pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria  senza una vera attuazione. Tutto ciò compromette la qualità di vita personale e familiare”.

Come si comporta una persona depressa? Come si manifesta questa patologia?

“Una persona affetta da Disturbo Depressivo si presenta apatica, priva di energia, con un immobilismo fisico che, di solito, è più evidente al mattino. Pervaso da un persistente sentimento di tristezza, trova spesso rifugio nell’ipersonnia. Gli avvenimenti passati vengono elaborati in maniera ossessiva con tendenza all’autocritica, mentre il futuro viene visto con profondo pessimismo. Ne deriva una costante insicurezza che lo porta ad evitare di assumere iniziative e a sviluppare sentimenti di inadeguatezza e senso di colpa. Come è prevedibile, la vita relazionale di questa persona solitamente è piuttosto limitata; ci sono difficoltà nell’intraprendere nuovi rapporti, prevalendo introversione e passività. Il primo a parlare di “vuoto” esistenziale riferendosi alle persone affette da Disturbo Depressivo fu Fogarty, che teorizzò che “il vuoto” sia la conseguenza della perdita dell’oggetto amato e della consapevolezza dell’incapacità di recuperarlo. Ne deriva un’esistenza dominata dalla tristezza e dalla mancanza di speranza. Si parla di “vuoto” legato alla solitudine, al non sentire (“non sento niente”), alla confusione (“metto in discussione ciò in cui credevo”), alla disillusione (“non vale la pena di combattere”), alla non appartenenza (“mi sento inutile”), alla tristezza (“mi viene da piangere tutto il giorno”), alla non curanza (“non sono importante”), alla vergogna (“sono colpevole per quello che sono”), al fallimento (“sono inadeguato”), alla morte emotiva (“mi sento annoiato”). Un periodo particolarmente delicato è rappresentato dall’adolescenza, durante la quale avvengono mutamenti sia fisici che psichici.  Qualora i cambiamenti fisici non dovessero corrispondere all’immagine che la persona ha di se stessa e dovessero sorgere conflitti emotivi nei confronti delle altre persone, l’adolescente vivrà un senso di fallimento e di inferiorità che lo porta gradualmente ad abbandonare i propri interessi e a chiudersi in se stesso. In presenza di modifiche del comportamento, quale rallentamento psicomotorio e tristezza per cui l’adolescente si dimostra apatico, parla a mala pena e non socializza, va certamente sospettato un Disturbo Depressivo. Lo stesso per quanto riguarda uno stato di agitazione sconosciuta, scoppi di rabbia inspiegabili che sembrerebbero non avere una spiegazione, ma che, invece, possono nascondere il tentativo di bloccare l’emergere dello stato depressivo. L’adolescente entra, in questi casi, in uno stato di “vuoto” con conseguente perdita di controllo che lo portano a cambiamenti dell’umore, disturbi alimentari quali anoressia o bulimia, obesità, all’abuso di sostanze stupefacenti, abbandono della scuola, disturbi del carattere, disturbi del sonno (ad esempio risvegli precoci) e ad atti autolesivi fino a tentativi di suicidio. Inoltre bisogna considerare anche la possibile presenza di Disturbi Psicosomatici (quali asma, eczema, insonnia, coliti) e pensieri di tipo ipocondriaco”.

Dottoressa, ci conferma che esistono più tipi di depressione?

“Si. Secondo la classificazione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) esistono diverse forme di depressione, ognuna con caratteristiche specifiche:

  • Disturbo depressivo maggiore: rappresenta la forma più diffusa e più grave di depressione, in quanto i suoi sintomi impediscono di svolgere le normali attività quotidiane;
  • Disturbo distimico: è simile al precedente, ma si manifesta con sintomi più lievi;
  • Disturbo depressivo non altrimenti specificato: si fa parte di tale categoria qualora si presentino sintomi non classificabili in altre forme di depressione;
  • Disturbi bipolari o patologie maniaco- depressive: in questa forma si assiste all’alternarsi di stati depressivi a stati maniacali”.

 

Quando una persona riconosce di essere depressa, cosa deve fare?

“La frase “Non ci si salva da solo” è quanto mai vera in presenza di un Disturbo Depressivo. In presenza dei sintomi tipici della Depressione, quali: persistente tristezza, diminuzione di interesse e di piacere nello svolgere attività quotidiane, difficoltà di concentrazione, disappetenza, insonnia, astenia, assenza di libido, è opportuno rivolgersi ad uno specialista che potrà individuare la forma di Depressione dalla quale si è stati colpiti, la gravità dei sintomi e la terapia più idonea, che potrà variare in funzione della risposta personale. Da evitare assolutamente autodiagnosi, spesso favorite dai social network o da informazioni su Internet, talvolta fuorvianti e non corrette. Sarebbe, invece, importante una diagnosi precoce fin dai primi sintomi, dal momento che una terapia risulta tanto più efficace quanto più tempestivamente attuata. Soprattutto in questo periodo, durante il quale ci si avvicina alle festività natalizie, molti pazienti potrebbero avere maggiore bisogno di aiuto perché colpiti da sentimenti di tristezza, solitudine o malinconia che risultano amplificati e collegati alla propria storia personale. Di conseguenza non bisogna sentirsi sbagliati o inadeguati se si percepisce la necessità di parlare con qualcuno”. 

Perché viene la depressione?

“Abbiamo già visto come uno stato depressivo si possa ricondurre alla perdita di un oggetto amato e all’incapacità di recuperarlo. La perdita che subisce questo tipo di soggetti è vissuta precocemente e non sempre si configura come una vera e propria scomparsa fisica della persona amata. Si tratta invece della sua perdita emotiva, psicologica, vissuta in termini di abbandono emotivo. Ciò che caratterizza il soggetto è il dolore che accompagna la perdita, la sofferenza causata dalla separazione che il soggetto non ha mai superato e che permane nello stato inconscio. All’interno del nucleo familiare prevale un dolore non elaborato, non comunicato, che persiste e che, inevitabilmente, provoca sofferenza nel soggetto. Qualora la madre contrasti la crescita psicologica del figlio, mostrando disapprovazione per i comportamenti finalizzati alla ricerca dell’indipendenza, il bambino tenderà a rallentare il percorso verso la propria autonomia e, di conseguenza, inizierà ad odiare tutti gli aspetti del Sé che desiderano emergere. Una madre non empatica nei confronti dei bisogni emotivi del bambino e che rifiuti ogni sua manifestazione di fragilità, porterà il figlio alla convinzione inconscia di meritare tale rifiuto.  Ne consegue uno stato di tristezza persistente con diminuzione della vitalità fino a diventare incapaci di provare piacere, di rallegrarsi dei piaceri soliti (anedonia) e lo sviluppo di disturbi somatici, con mancanza di sonno, disturbi alimentari. Si viene a determinare, quindi, uno stato di depressione che si concretizza soprattutto nel rallentamento psico-motorio. Si ritiene che tra i fattori scatenanti possa esserci lo svezzamento precoce, brusco, che porta il bambino a non sopportare un tale cambiamento, fonte di una frustrazione elevata. Questi soggetti tendono a rivolgere verso di sé sentimenti ed idee negative fino addirittura arrivare ad odiarsi. La rabbia verso di sé esprime la sensazione di colpevolezza che essi provano, per cui tutto ciò dipende da loro, ne sono la causa. Si mostrano sensibili verso gli altri e attenti, ma impietosi nelle critiche e giudici verso se stessi. Il bambino che vive un’esperienza di carenza, fonte di dolore, idealizza l’oggetto perduto e tende ad attribuire gli errori a se stesso, per cui l’allontanamento da parte del genitore viene ritenuto come causato da lui stesso. Ne deriva un devastante senso di colpa e di inferiorità che, accompagnati da una serie di sintomi somatici e comportamenti deviati, porta al conclamarsi di uno stato depressivo. La figura materna, quindi, svolge un ruolo fondamentale nel mitigare le angosce del piccolo, permettendogli di percepire il distacco senza traumi. Una madre adeguata accoglie le richieste del figlio, appaga i suoi bisogni e soprattutto, gli consente un percorso di autonomia e di distacco indolore. Se, al contrario, il bambino dovrà rinunciare all’autonomia, restando aggrappato al rapporto di dipendenza con la madre, tenderà a chiudersi in se stesso evitando il contatto con le figure esterne. Tra le cause principali dello sviluppo di una depressione troviamo sicuramente l’esperienza di perdita precoce, ossia separazioni, abbandoni o divorzi dei genitori che si verificano quando il bambino è molto piccolo, per cui non è in grado di comprendere ciò che accade intorno a lui e che può erroneamente portarlo alla autocolpevolezza”.

Uscire dalla depressione si può… Dopo non si è più gli stessi? C’è il timore di una ricaduta?

“Il primo episodio di Disturbo Depressivo può palesarsi a qualsiasi età con una probabilità di esordio che aumenta marcatamente con la pubertà. Il decorso può evolvere in maniera abbastanza variabile, in quanto alcuni individui non raggiungono mai o solo raramente la remissione, mentre altri vivono molti anni con pochi o nessun sintomo tra i diversi episodi. Per comprendere se vi può essere la possibilità di una remissione, è importante chiedere agli individui che presentano sintomi depressivi di identificare l’ultimo periodo di almeno 2 mesi senza alcun sintomo collegabile alla patologia. L’esordio recente è un importante indicatore della probabilità di guarigione a breve termine e per molti individui che sono stati depressi solo per alcuni mesi è possibile prevedere una guarigione spontanea. Il rischio di ricaduta diminuisce progressivamente nel tempo all’aumentare della durata della remissione. Il rischio di ricaduta è maggiore negli individui in cui l’episodio precedente è stato grave, in individui giovani ed in individui che hanno già avuto più episodi di malattia. Anche la persistenza di sintomi depressivi lievi durante la remissione è un potente indicatore di ricaduta. Il decorso del Disturbo Depressivo in genere non si modifica con l’invecchiamento; tempi medi di guarigione sembrano essere stabili ed il rischio di avere un episodio depressivo solitamente non aumenta e non diminuisce con il tempo”.   

Contatti dott.ssa Annalisa de Falco – 333 766 9118.