ScopriMente. Disturbi da sintomi somatici, quando la mente parla attraverso il corpo

Per un nuovo appuntamento di “ScopriMente”, la rubrica di psicologia a cura del direttore di Irpiniatimes, la dottoressa Anna Vecchione e della Psicologa e Psicoterapeuta Annalisa de Falco, parleremo di “Disturbi da sintomi somatici, quando la sofferenza psicologica comunica attraverso il sintomo fisico”.

 

Dottoressa, cos’è e come si riconosce un disturbo psicosomatico?

Prima di entrare nel dettaglio del disturbo vorrei chiarire che attualmente esso viene definito “Disturbo da sintomi somatici” e non è più corretto parlare di “Disturbo somatoforme o psicosomatico”. In questa nuova definizione (presente nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5) si considera il modo in cui i soggetti presentano i sintomi e li interpretano alla luce di diversi fattori: comportamentali, affettivi e cognitivi.

Un disturbo da sintomi somatici è di fatto una rappresentazione fisica di un malessere emotivo. Tale disturbo si palesa allo scopo di affrontare una carenza, un bisogno di cui il soggetto soffre. Mi spiego meglio. Tutti noi abbiamo la tendenza a somatizzare, ovvero a sviluppare una sintomatologia fisica di un disturbo psichico. Questo accade perché non sempre siamo in grado di elaborare situazioni spiacevoli che ci accadono e che mettono a dura prova la nostra capacità di affrontare le difficoltà. Quando somatizziamo non facciamo altro che sperimentare un grado di sofferenza psichica che vede il corpo come unica via di comunicazione dell’inconscio. Ci sono persone che si comportano impulsivamente e che,quindi, “agiscono” scaricando le angosce. In altre,invece, tutto rimane incapsulato all’interno e il corpo racchiude emozioni inespresse che inevitabilmente devono trovare il loro canale di sfogo. Questo disturbosi riconosce dalla presenza contemporanea di molti sintomi somatici che procurano disagio o malessere nella vita quotidiana. Nello specifico i pensieri, sentimenti o comportamenti eccessivi correlati ai sintomi somatici o associati a preoccupazioni relative alla salute sono connessi a tempo ed energie eccessivi dedicati a questi sintomi o alla preoccupazione per la propria salute. Sebbene possa non essere continuativamente presente alcuno dei sintomi, la condizione di essere sintomatici è persistente, solitamente da più di 6 mesi.

I sintomi possono essere specifici (ad es. un dolore localizzato) o aspecifici (ad es. astenia)Solitamente sono le donne a riferire più sintomi somatici rispetto agli uomini. È possibile fare una diagnosi di Disturbo da sintomi somatici quando viene esclusa una patologia organica vi è la presenza di sintomi fisici in seguito ad eventi particolarmente traumatici. Questo spiegherebbe il motivo per cui durante la pandemia da SARS- Covid 19 si è assistito ad un aumento di sintomi somatici non ascrivibili a patologie organiche”. 

Cosa sono le somatizzazioni e perché vengono spesso messe in atto? Quali sono le cause?

“I sintomi psicosomatici o somatizzazioni sono difficoltà o problemi di tipo fisico/corporeo la cui origine non è riconducibile ad una problematica organica. Essi possono manifestarsi sia come singoli malesseri fisici sia come vere e proprie malattie.

Molto spesso le cause di questi malesseri trovano origine in fenomeni inconsci di evitamento o di repressione di stati emotivi spiacevoli. Ne deriva che il corpo manifesterà il “conflitto” interiore venutosi a creare attraverso una sintomatologia fisica in presenza, ad esempio, di forte stress o stati ansiosi importanti che il soggetto molte volte tende a sottovalutare. Tali stati emotivi trovano sfogo solo attraverso il corpo, nonostante i sintomi fisici non sembrino apparentemente correlati. Questa sintomatologia sembrerebbe maggiormente sviluppata in individui con maggiore predisposizione all’ansia e alla depressione. Diversi studi evidenziano che la bassa scolarizzazione, il basso status socioeconomico e l’esposizione a condizioni di vita particolarmente stressanti siano elementi aggravanti.

Tutti possono somatizzare: bambini, adolescenti e adulti. Ciò che influisce maggiormente sullo sviluppo di questo disturbo trova origine dalla relazione genitore- bambino, in particolare dal rapporto con la madre. Per il bambino poter contare su una relazione affettiva stabile comporta la riduzione dello sviluppo del disturbo, in quanto grazie all’aiuto della madre si sviluppa la capacità non solo del linguaggio, ma anche la capacità di decodifica ed interpretazione delle proprie emozioni che troveranno in futuro uno spazio simbolico ad esse dedicato. Gli interventi genitoriali devono essere in grado prima di decifrare quale bisogno il bambino esprime per poi poterlo soddisfare, fornendogli una gratificazione che allevi le sue sofferenze o frustrazioni non solo fisiche, ma anche e soprattutto emotive. Di fondamentale importanza è il ruolo empatico svolto dalla madre, perché è lei che nelle primissime fasi di vita interpreta le necessità del figlio creando le basi per lo sviluppo di una sua autonomia e di un’integrazione mente-corpo. Quando la madre viene meno a questo compito fa sì che il figlio si confronti con sensazioni per lui intollerabili, derivanti da bisogni non soddisfatti, che inevitabilmente non riuscirà ad esprimere se non attraverso il corpo. Le cure genitoriali si rivelano attente soprattutto ai bisogni concreti del figlio a discapito dell’ascolto emotivo e del riconoscimento delle sue esigenze. Non si tratta di famiglie trascuranti, ma di un clima affettivo basato sulla freddezza, sulla distanza e questo molto spesso a partire da una coppia genitoriale che non comunica, caratterizzata dalla chiusura in se stesso dei due partners lasciando crescere il bambino in un’atmosfera affettiva troppo insicura. Da questo clima familiare potrà svilupparsi una persona con un’apparente adattabilità sociale, ma che in realtà presenterà un blocco delle espressioni affettive a discapito della vita emotiva e relazionale, a vantaggio della concretezza.

La conseguenza di ciò sarà una risposta corporea e la parte colpita non sarà casuale, bensì dipendedall’esperienza di relazione sperimentata e soprattutto dallo stadio di vita in cui si è vissuta quell’esperienza”.

 

Quanto può aiutare la psicoterapia a gestire correttamente le emozioni?

“Dal punto di vista psichico è importante sperimentare ogni tipo di emozione o sensazione che ci fa essere arrabbiati, tristi o felici. Ma sescegliamo” di non sperimentare le emozioni o addirittura di rinnegarle, attiviamo un comportamento che potrà causare dolore, fatica, frustrazione ed un senso di inadeguatezza. Ne deriva che ogni emozione andrebbe provata perché ha la sua importanza senza timore di sbagliare. Se non accettiamo le nostre emozioni ed impariamo a convivere con loro, non saremo capaci di gestirle e regolarle.  Un percorso di psicoterapia può aiutare alla presa di consapevolezza di sé e del disturbo e all’acquisizione delle modalità per poter vivere le emozioni al meglio anche a lungo termine. Attraverso di esso vi è la capacità di mettere in atto un processo interno di riflessione su se stessi al fine di imparare a riconoscere, denominare e tollerare il tipo di emozione provata. Molti pazienti che arrivano in psicoterapia portano a noi terapeuti tutto il loro vissuto, mostrando la difficoltà ad identificare l’emozione provata in una situazione o ciò che invece hanno ignorato/temuto; quello che possiamo fare è aiutarli a mettere ordine, a dare un nome a quel tipo di sensazione riscontrata e di conseguenza dare loro la possibilità di tollerarla. Si dà inoltre l’opportunità di identificare tali emozioni come adattive e affidabili o come il risultato di memorie dolorose che hanno reso difficile l’attuale esperienza di adattamento. Per tale motivo lo spazio di terapia risulta essere il contesto più adatto nel quale focalizzarsi sui propri vissuti ed essere capaci di gestire le proprie emozioni, in quanto prevale l’assenza di giudizio e viene data all’emozione lo spazio di essere”.

 

Soffrire di un disturbo psicosomatico NON significa avere un dolore “immaginario” che non ha motivo di esistere. Tuttavia i disturbi psicosomatici colpiscono alcune parti del nostro corpo. Quali principalmente?

“Si, molto spesso chi soffre di questo tipo di disturbo viene reputato esagerato o addirittura in cerca di attenzioni, ma assolutamente non è così. Chi ne soffre è convinto di stare male, la sua sofferenza fisica è autentica e non bisogna sottovalutarla. Questi soggetti hanno elevati livelli di preoccupazione circa la malattia e circa la propria salute anche quando ci sono prove del contrario. Addirittura la qualità della loro vita è compromessa sia fisicamente che mentalmente. Il ricorso a cure mediche non sempre è in grado di alleviare la preoccupazione di questi individui; anzi, a volte, sembra che esse acutizzino i sintomi e vi è una insolita sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci.  Le somatizzazioni più frequenti risultano essere: Mal di testa; Mal di pancia/Spasmi; Diarrea; Psoriasi; Difficoltà respiratorie/Asma; Eczema; Orticarie. Risulta, quindi, fondamentale conoscerci perché solo attraverso la conoscenza di noi stessi sia psichica che fisica avremo la possibilità di renderci conto se stiamo somatizzando o se potrebbe trattarsi di altro. Ovviamente prima di parlare di somatizzazioni risulta primario escludere tipologie di tipo organico attraverso una valutazione medica accurata. Nonostante la diagnosi di disturbo da sintomi somatici, potrà esserci comunque quella di una concomitante malattia organica, in quanto non si escludono a vicenda e spesso si verificano insieme. Infine posso dire che non bisogna mai sottovalutare quello che sentiamo e i segnali che il nostro corpo ci invia perché potrebbero essere espressione di qualcosa di più profondo”.

 

Contatti dott.ssa Annalisa de Falco – 333 766 9118.