Scoprimente, dipendenza affettiva: paura dell’abbandono e annullamento del sè

Per un nuovo appuntamento di “ScopriMente”, la rubrica di psicologia a cura del direttore di Irpiniatimes, la dott.ssa Anna Vecchione e della Psicologa e Psicoterapeuta dott.ssa Annalisa de Falco, parleremo di “Dipendenza affettiva”.

 

Dottoressa, partiamo dalla definizione di ‘Dipendenza affettiva’…

“Possiamo definire la Dipendenza Affettiva una psicopatologia delle relazioni sentimentali. Essa rientra in quelle che attualmente vengono definite “New Addictions” e riguarda una forma patologica di amore dove è costante l’assenza di reciprocità all’interno della relazione. In realtà la dipendenza è un fenomeno naturale a qualsiasi età, in quanto abbiamo tutti bisogno degli altri per lo sviluppo dell’autostima mediante funzioni quali approvazione, empatia e ammirazione. Solo quando la dipendenza diviene estrema, sfocia nella patologia. Chi è affetto da Dipendenza Affettiva identifica nel legame con l’altro l’unica ragione della propria esistenza e vive l’abbandono come la più grande delle sofferenze. Il dipendente affettivo farà di tutto per accontentare il partner pur di non perderlo e potrà tollerare maltrattamenti e soprusi di qualsiasi natura, annullando se stesso. La dipendenza rappresenta una ricerca disperata dell’altro, visto come regolatore unico del Sé. Il dipendente affettivo ha difficoltà a prendere decisioni autonome in ogni aspetto della vita, demandando ad altri scelte che lo riguardano, dalle più banali alle più importanti. Al contrario, una concezione sana della dipendenza presuppone i temi della condivisione, del compromesso e del riconoscimento reciproco. Qualora tali presupposti dovessero decadere, il rapporto di dipendenza assume il carattere della sottomissione, dell’abuso e dell’ansia da abbandono.

La personalità tipica del dipendente affettivo presenta quattro componenti principali:

1) motivazionale, con continua necessità di approvazione e sostegno altrui;

2) cognitiva, con sentimenti di inferiorità ed autodenigrazione;

3) affettiva, con crisi di ansia in caso di giudizi sul proprio operato;

4) comportamentale, con assunzione di ruoli secondari, in ombra, improntati alla sottomissione”.

 

Dipendente affettivo: cause e meccanismi…

“La Dipendenza Affettiva ha origini lontane e può essere riconducibile a dinamiche familiari dell’infanzia. Figure genitoriali presenti sia fisicamente che emotivamente, attente ai bisogni fisici e psicologici del figlio, trasmettono a quest’ultimo gli strumenti necessari allo sviluppo fisiologico di crescita, di distacco, di indipendenza e di autostima. Qualora, invece, richieste di attenzione e di cure amorevoli trovino una risposta genitoriale carente e poco responsiva, porteranno il bambino a ritenersi indegno e colpevole. Questa modalità getta le basi, per l’adulto, a vivere una relazione tossica. Il soggetto impara ed interiorizza la convinzione che solo rinunciando alla propria personalità ed ambizioni, sottomettendosi all’altro, potrà ricevere amore ed attenzione.

La “rinuncia a Sé” è alla base della Dipendenza Affettiva. Si vive in funzione delle esigenze e dei progetti dell’altro, unico oggetto d’amore. Il dipendente affettivo vive in un costante stato d’ansia da abbandono, che lo porta a sviluppare una forma di gelosia patologica, talvolta fino alla paranoia; nasconde le proprie convinzioni per timore della perdita; fa prevalere gli interessi e le attività del partner, accettandone ogni sopruso. La relazione tossica trae nutrimento e forza dalla dipendenza dall’altro, di cui non può assolutamente fare a meno. Ne deriva un apparente equilibrio esistenziale che può improvvisamente spezzarsi per decisione del partner fino a raggiungere manifestazioni patologiche che, spesso, richiedono l’intervento psichiatrico. In tal caso, è tipico della dipendenza affettiva la ricerca ossessiva di un nuovo soggetto a cui aggrapparsi. La vita del dipendente affettivo è dominata dal sentimento della “negazione”; viene, cioè, evitato qualsiasi conflitto che possa minacciare la base della relazione, accettando in maniera totale il ruolo di sottomissione. Le persone dipendenti possono anche giungere alla negazione del proprio bisogno di dipendenza, razionalizzando le proprie inadeguatezze, attribuendole a qualche circostanza sfortunata, a stimoli fobici, ad un’improbabile malattia somatica. Gli individui dipendenti, spesso, provengono da nuclei familiari con figure controllanti, ipercoinvolte ed intrusive che hanno in qualche modo trasmesso loro l’idea che l’autonomia è piena di pericoli e che per questo debba essere evitata, oppure che crescere e differenziarsi è come tradire un genitore. Si ritrova, nell’età adulta, la dipendenza sviluppata nell’accudimento ricevuto dal caregiver, con conseguente convinzione che l’autonomia e l’indipendenza non siano obiettivi da raggiungere se si vuole la felicità. La “rinuncia al Sé” diviene il costo da pagare per ottenere l’amore materno prima e l’amore con il/la partner in futuro. Come nell’infanzia si affidava alla figura materna, il dipendente affettivo adulto cerca una figura esterna per il proprio sostentamento e accudimento. Un caregiver svalutante e poco rispettoso della crescita psicofisica del bambino, lo porterà a cercare relazioni in cui sente di avere un ruolo, seppur quello di vittima, secondario e marginale”.

 

Quando l’amore diventa dipendenza? E come capire se è amore o dipendenza affettiva?

“Una relazione sentimentale sana si avvale di condivisione di progetti, di reciproci confronti, di compromessi e di decisioni comuni. Il rapporto affettivo si avvale di frasi in cui prevale il “noi”, “insieme”, “consigli”, “ci piace”; in cui si rispettano gli spazi sia fisici che mentali dell’altro; in cui non si dà per scontato niente; in cui si collabora per ogni aspetto del quotidiano; in cui si offrono e si ricevono supporti sia materiali che psicologici. La Dipendenza Affettiva, al contrario, si avvale di frasi come: “decidi tu”; “non vivo senza di te”; “se mi lasci mi uccido”; in cui prevalgono i ricatti morali; in cui si accettano violenze sia fisiche che verbali, pur di evitare l’abbandono; in cui le esigenze del partner vengono prima delle proprie; in cui la personalità viene schiacciata in nome del bisogno fisico di aver qualcuno accanto; in cui il sentimento di inferiorità e di nullità porta ad accettare una vita a metà. L’amore tossico distrugge chi lo subisce, porta ad allontanare le amicizie vere, distorce la realtà, impedendo di vedere il /la partner come è realmente; fa sprecare tempo e denaro, dedicandolo a chi è indegno; induce ad annullarsi completamente per favorire altrui ambizioni e desideri. Possiamo definire tutto questo AMORE? E’ amore se annulliamo noi stessi, i nostri desideri e i nostri pensieri? E’ amore se viviamo costantemente nel terrore di perderlo? L’amore vero migliora la nostra vita, la rende piacevole, ci porta a fare progetti, ci stimola, ci fa crescere emotivamente e ci responsabilizza. La vita di coppia ci costringe a confrontarci con i nostri pregi e difetti, ma sempre alla luce di una dialettica costruttiva e nel rispetto dell’altro, visto come soggetto con pari dignità ed importanza. Se, invece, crea sofferenza al punto da distruggerci, NON E’ AMORE”.

 

Aumentare l’autostima e affermare se stessi sono due dei passi importanti per ritrovare un sano equilibrio?

“L’autostima, che letteralmente significa “dare valore a se stesso”, è fondamentale per lo sviluppo psichico di una persona. Essa si sviluppa primariamente nell’infanzia, tramite l’interazione con le figure di riferimento, che solitamente sono i genitori, ma con il tempo essa si trasforma, si evolve e si può arricchire o impoverire anche in età adolescenziale e in età adulta. Nathaniel Branden, psicoterapeuta e scrittore statunitense, sostiene che l’autostima derivi da due fattori:

1) la fiducia nelle nostre capacità;

2) la fiducia nel nostro diritto al successo e alla felicità.

Qualora l’autostima sia carente o addirittura assente, prevale un sentimento di inferiorità, di nullità che porta il soggetto ad accontentarsi, a dipendere dagli altri per ogni decisione che lo riguardi. Il sentimento di inadeguatezza lo porta al timore di impegnarsi, alla paura del conflitto, al continuo bisogno di apprezzamento e di riconoscimento. La qualità del legame di attaccamento al partner è lo specchio del legame della prima infanzia. La scelta della persona amata sarà, cioè, diretta conseguenza del tipo di legame di attaccamento sviluppatosi con la figura genitoriale. Ci sono vari tipi di attaccamento al partner, tra cui:

  • Attaccamento sicuro: fornisce al bambino gli strumenti per lo sviluppo di una forte autostima. Il rapporto viene vissuto con serenità, senza il timore continuo di un abbandono. Vengono rispettati gli spazi privati in maniera reciproca.
  • Attaccamento ansioso: la propria felicità è esclusivamente basata sulla relazione. Si vive nella paura dell’abbandono con il bisogno costante di stare con il partner. Ci si annulla completamente rispetto ai bisogni del partner.
  • Attaccamento evitante: si è freddi e distanti e si teme in qualche modo l’impegno. Difficilmente si esprimono le proprie emozioni. Non si ha una progettualità di coppia, poiché si predilige dare più spazio a se stessi, alla propria indipendenza ed alla propria autonomia.
  • Attaccamento disorganizzato: la relazione oscilla tra gli estremi di amore/odio. Si vive tra la paura di essere abbandonati e la paura della vicinanza.

 Essere consapevoli di come ci si relaziona al partner è il primo passo al fine di mantenere un rapporto sano per entrambi.  Se riusciamo a riconoscere che tipo di attaccamento abbiamo, possiamo lavorare su di esso per migliorare come partner ma, soprattutto, come persone. È, quindi, fondamentale fare una riflessione su di sé, sul partner e sul proprio rapporto. Ognuno di noi può essersi ritrovato ad affrontare un periodo di Dipendenza Affettiva: è possibile uscirne ed è possibile creare rapporti più autentici e sani. La possibilità di uscita risiede nella capacità di ognuno di noi a prendere coscienza del problema. Si può uscire dalla Dipendenza Affettiva solo se riusciamo ad individualizzarla tramite la consapevolezza e partire da lì. La psicoterapia può aiutare evidenziando le cause sottostanti la dipendenza in relazione alle esperienze passate. Lo scopo della terapia è far acquisire al soggetto gli strumenti per iniziare ad essere autonomo. Al contrario della figura di attaccamento della prima infanzia, il terapeuta cercherà di strutturare una relazione che possa dare la capacità di attuare scelte autonome e di acquisire spazi di libertà”.

 

Contatti dott.ssa Annalisa de Falco – 333 766 9118.