Rastelli a SuperNews: “Per l’Avellino la cadetteria sarebbe il minimo. Juve Stabia? Con la promozione credo di aver ripagato i tifosi”

SuperNews ha intervistato Massimo Rastelli. L’allenatore ed ex attaccante, classe 1968, in carriera ha indossato, tra le altre, le maglie di Lucchese, Piacenza, Napoli, Reggina, Como e Avellino. Alla prima stagione da allenatore, nel 2009, riporta la Juve Stabia in Serie C1, successivamente conquista la promozione in Serie B con l’Avellino e la promozione in Serie A sulla panchina del Cagliari. Dopo aver allenato Cremonese e Spal, il 30 agosto 2021 subentra sulla panchina del Pordenone, in Serie B, al posto dell’esonerato Massimo Paci. Il 16 ottobre, dopo aver raccolto un punto in sei partite e con la squadra all’ultimo posto, viene esonerato. Rastelli ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera, con uno sguardo rivolto all’attuale situazione calcistica.

Massimo, nel 2004 torni in Campania da calciatore, vestendo la maglia dell’Avellino. Il primo anno tra le fila dei Lupi conquisti subito la promozione in Serie B, ironia della sorte in finale playoff contro il Napoli. Che ricordi hai dell’esperienza in biancoverde?
Dopo il fallimento del Como, con l’Avellino ho avuto l’opportunità di riavvicinarmi a casa. Era un girone di Serie C complicato, c’era non solo il Napoli di De Laurentiis ma anche altre squadre davvero forti. Abbiamo approfittato dalla partenza a rilento degli azzurri e nella griglia playoff abbiamo avuto il vantaggio di avere a disposizione due risultati su tre e di giocare la seconda partita in casa. Purtroppo, nelle due gare decisive per la promozione non ci sono stato a causa di un infortunio rimediato contro la Reggiana nel corso della prima fase dei playoff. Tuttavia, nel derby contro il Napoli, in campionato, ho segnato allo stadio Partenio davanti a 40mila spettatori. In quel frangente avevo i crampi, infatti avevo chiesto la sostituzione pochi istanti prima. Poi ci fu una punizione di Moretti da metà campo e riuscii a toccare il pallone di testa sotto porta. Era destino dovessi fare gol, una bella emozione.

L’Avellino quest’anno era arrivato carico ai playoff, ciononostante nel doppio confronto con il Foggia i rossoneri hanno avuto la meglio. Nell’ambiente biancoverde c’è grande rammarico. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
La società ha investito tanto per la promozione in Serie B. Assieme al Bari e al Catanzaro era sicuramente tra le squadre favorite del girone C. Dopo il cambio di allenatore l’Avellino sperava di giocarsi la promozione diretta fino alla fine, ma così non è stato. Qualcosa non è andato come doveva andare, ma dall’esterno è difficile giudicare. Quella biancoverde è una piazza importante ed esigente, che dà sicuramente grandi pressioni. I tifosi, giustamente, vorrebbero la loro squadra almeno in Serie B. Per l’Avellino la cadetteria sarebbe il minimo…

Chiudi la carriera da calciatore alla Juve Stabia con l’amara retrocessione in Serie C2. L’anno dopo, però, il riscatto da allenatore. Alla tua prima panchina, infatti, ottieni subito una promozione. Ti aspettavi un successo immediato?
La parentesi da calciatore a Castellammare non è stata positiva. Mi sono infortunato quasi subito e sono stato cinque mesi fuori, a 40 anni non è stato facile. Mi dispiace non aver potuto dare in maniera tangibile il mio contributo. La squadra dal punto di vista qualitativo e della personalità era davvero forte, si puntava alla Serie B. Purtroppo a causa di tanti fattori arrivò una retrocessione amara. La rabbia accumulata per l’annata precedente ci ha aiutati nella stagione successiva. I presidenti Giglio e Manniello mi hanno dato subito l’opportunità di cominciare una nuova carriera. Quella con la Juve Stabia è stata una bellissima cavalcata, in un girone comunque difficile. Con la promozione credo di aver ripagato il mio debito verso la città e i tifosi delle Vespe.