Primavera Meridionale, Musto:”Renzi contro il RDC? L’altra faccia del populismo!”

Risale a pochi giorni fa la notizia, rilanciata da tutte le testate giornalistiche nazionali, secondo la quale Renzi si accingerebbe – dal prossimo 15 giugno – a raccogliere le firme per abolire il famoso “Reddito di cittadinanza”.

Che tale misura sia stata un totale fallimento è un fatto inconfutabile, avendo essa assunto esclusivamente i tratti propagandistici di un movimento, quello grillino, che ne fece un proprio cavallo di battaglia ai soli fini elettorali. Ma che una forma di sostentamento sia necessaria per supportare chi, purtroppo, non goda di un reddito tale da garantire la propria sussistenza, o per chi addirittura non possa usufruire di alcun reddito, mi sembra un provvedimento civile oltre che essenziale ed imprescindibile.

La critica di Renzi verso le modalità e, soprattutto, gli intenti che hanno plasmato tale provvedimento rimangono sacrosanti, ma la proposta di abolizione, mediante una raccolta firme a pochi mesi dal voto per un referendum che comunque non potrebbe proporsi – per legge – prima del 2025, è chiaramente un tentativo maldestro e populista per far acquisire visibilità ad un partito, Italia Viva, che non è mai decollato.

Una proposta seria e condivisibile sarebbe stata, invece, quella di rivedere tale disposizione, partendo da ciò che di buono ha prodotto, introducendo più efficaci operazioni di controllo e limando quelle peculiarità che non garantiscono dignità alla persona, puntando, in modo convinto, su lavori socialmente utili per i percettori.

Sarebbe stato sufficiente conoscere la storia ed applicarla; perché il reddito di cittadinanza non è stato scoperto dai grillini e non è di certo una novità: il ricorso a tali procedure di sostegno al reddito furono rese disponibili da J F Kennedy, e subito diventarono un vero e proprio abuso. Ciò comportò un enorme deficit sui bilanci statali, concretizzatosi soprattutto sotto la presidenza Johnson. L’esplosione della spesa assistenzialista colpì significativamente lo stato della California, il cui governatore era Ronald Regan. Cosa accadeva di così grave? Semplice: tanti cittadini americani ricevevano l’assistenza pubblica e lavoravano in nero; altri rifiutavano addirittura di lavorare, accontentandosi del sussidio. Fatti di cronaca italiana, che si sono verificati già mezzo secolo fa in America. Fu Ronald Reagan, nel 1971, a mettere un freno a questa situazione ormai incontrollata, stabilendo che chiunque avesse aderito al sussidio (l’attuale reddito di cittadinanza) avrebbe dovuto impegnarsi in servizi sociali, pulizia delle strade, aiuto agli anziani e quant’altro. Il “California Welfare reform Act” si tradusse in ottimi risultati: il numero di assistiti diminuì di un buon 20% (evidentemente non si rivelarono così bisognosi) e la cifra media dell’aiuto ad una famiglia tipo di tre persone aumentò da 172 dollari al mese a 235.

E’ evidente che chi punta al like sui social o al punto percentuale sui sondaggi sia costretto a perseguire il populismo e non il bene dei cittadini.