Lonardo scrive una lettera aperta al Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana

Riceviamo e pubblichiamo una lettera del dottor Antonio Lonardo al Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana:

Il testo completo: 

Pregiatissimo Ministro,

con la riforma Vassalli non possiamo non prendere atto che i casi dei cosiddetti “errori giudiziari” si sono ridotti al lumicino. Lungimirante è stata quella riforma che imponeva di fatto l’affermazione delle fonti di prova nell’ambito del dibattimento processuale in una condizione di parità tra la difesa e l’accusa. Dobbiamo riflettere che quella riforma chiudeva finalmente un doloroso capitolo dovuto ad  un modo  di fare giustizia caratterizzata nella maggior parte dei casi  dall’impossibilità di esercitare  una reale difesa dell’imputato rispetto ad atti preconfezionati prodotti dalla polizia giudiziaria e difficilmente inconfutabili nelle varie fasi processuali.  Da qui emergevano casi come quello del “Processo Tortora” che   a distanza di oltre  un trentennio possono ancora oggi  apparire  come un grave ed isolato errore giudiziario. Le cose invece non stanno affatto così se vengono narrate   per quelle che sono state nel rispetto della storia giudiziaria del nostro Paese. I parametri delle fonti di prova  indiziaria  di allora cui il P.M. era tenuto a rispettare per l’esercizio obbligatorio dell’azione penale non erano ben definiti. Per questo ogni attività che veniva incardinata nel processo inquisitorio, senza alcun contradditorio specie nelle fasi preliminari, era considerata nella prassi applicativa della procedura penale un teorema accusatorio del P.M. dal quale spesso l’organo giudicante non riusciva a discostarsi nella fase dibattimentale. Per questo salvo i  casi più eclatanti  assorti alle cronache, per esempio come quello  del citato Processo Tortora, nella prassi giudiziaria almeno nei primi gradi di giudizi all’attività inquisitoria del P.M. seguiva quasi sempre una condanna. Allora quel modo di fare giustizia non era soltanto affidato alla maggiore o minore attenzione del lavoro di un P.M. ma piuttosto all’esercizio dell’azione  penale obbligatoria avendo come riferimento consolidati  ed ampi  parametri  di efficacia di elementi di fonti indizianti che se messi in campo oggi farebbero rabbrividire anche il più” corrotto” operatore di giustizia. Il paradosso dei paradossi sta nel fatto che se un P.M. di allora non si atteneva a quei parametri rischiava concretamente di essere additato come quello che ometteva l’esercizio dell’azione penale o peggio ancora favoriva il reo nella conduzione delle indagini. Per questo  contestualizzando  l’attività processuale di allora appare inopportuno pensare o peggio ancora palesare   negligenza o leggerezza nella preliminare   attività d’indagine tanto più che veniva pure validata da un giudizio di primo grado quasi sempre di condanna.

Gli effetti positivi  della riforma Vassalli del 1989 si fecero subito sentire specie nei primi anni  dell’applicazione del nuovo codice di rito. I processi inquisitori con metodologie indiziarie e teorie processuali precostituite lasciavano il posto alla formazione della prova  in  contraddittorio dibattimentale. Sembrava una rivoluzione del sistema giustizia garante di un misurato equilibrio tra  le giuste garanzie dell’imputato e la necessità sociale del perseguimento dei crimini. Purtroppo con gli anni il codice di rito ha subito radicali cambiamenti di regole che nella pratica hanno finito per influenzare negativamente  il sistema giustizia. In nome di una becera necessità  di un  formalismo sempre più pretestuoso che praticamente rallenta o peggio ancora blocca un procedimento per anni   e nessuno tra gli operatori   sembra curarsi di fatto  della sostanza  e dei tempi ragionevoli di una risposta ai bisogni di giustizia. Abbiamo perso la bussola. Sembra che i tempi lunghi di un processo non risultano avere alcuna ripercussione sulla vita delle persone specie per quelle che proprio per l’intervento della giustizia sono sollecitate ad un percorso rieducativo e di reinserimento nel sistema sociale. E allora Signor Ministro  il legislatore deve subito intervenire per evitare l’entrata in vigore della legge sulla prescrizione perche, mi creda, quella attuale risulta già ragionevolmente regolamentata in basa alla gravità del reato e delle pene comminate piuttosto deve regolamentare in modo più rigoroso le attività processuali per renderle più efficaci  in ogni loro fase  al fine di  rispettare fedelmente la tempistica e  le norme attuali indispensabili  per pervenire  a sentenze senza lasciare alle parti strategie irragionevoli  o peggio ancora palesemente pretestuose  per rallentare il procedimento ed  al giudice di merito  di assecondarle restringendo la propria discrezionalità nell’ambito della stretta necessità tesa a garantire i ragionevoli tempi  di risposta  di giustizia.  Imporre al P.M.  a pena di sanzioni disciplinari e pecuniaria, comminate in ambito del sistema di autonomia della magistratura, di esercitare obbligatoriamente ed in modo esaustivo l’azione penale  imponendogli l’approfondimento  di tutti quegli elementi che dovessero affiorare come prova anche  a discarico della condotta del reo nell’ottica di formulare ogni adeguata sua richiesta di archiviazione o di prova di un giudizio. Impedire al giudice monocratico e del collegio di interrompere e rinviare   l’udienza dibattimentale per  questioni preliminari di legittimità ampliando  la sanabilità d’ufficio a tutti i possibili casi. Impedire al giudice monocratico e di collegio  di interrompere la registrazione  durante l’udienza dibattimentale a garanzia di una prova cristallina e verificabile nella sua interezza  anche in periodo successivo alla sentenza a garanzia della genuina formazione di ogni  fonte prova formatasi nel dibattimento. Immaginate quali fisiologici condizionamenti può avere ora la formazione della prova dibattimentale nei periodi di interruzione più o meno incidentale della registrazione (E superfluo evidenziare che una sentenza di primo grado esaustiva nel merito scoraggia pure appelli più o meno temerari).  Imporre al P.M. di verificare in tempo utile  se le notifiche alle parti in ogni fase propedeutica del  procedimento dibattimentale  siano andate a buon fine facendo ripetere in tempo quelle negative utilizzando  in caso di urgenza anche la polizia giudiziaria. Oggi si assistono a tantissimi rinvii di procedimenti per difetto o mancata notifica di un provvedimento alle parti di cui nessuno se ne cura per porre qualche rimedio.  Queste sono cose semplici da fare i cui effetti benefici sull’efficienza della macchina della giustizia possono essere bene apprezzati  da subito nella giusta dimensione soltanto dagli addetti ai lavori che purtroppo non trovano mai il tempo ne i modi per richiedere a gran voce  una più adeguata normativa. Sempre più spesso  i lunghissimi tempi della giustizia sono causati  dalle presenza delle suddette criticità  per la cui rimozione sia il legislatore che gli addetti ai lavori sembrano non avere alcun interesse a rimuovere forse perché una giustizia più celere potrebbe far saltare un sistema da tutti condiviso nonostante i sempre più modesti e forse  possibili finti  distinguo sul suo mal funzionamento.

Per questi motivi Signor Ministro si adoperi in ogni modo  per evitare l’entrata in vigore dal prossimo anno della legge sulla prescrizione e valuti queste semplici considerazioni per ritrovare strategie che entrano nel  merito del sistema processuale e le assicuro che avrà più successo per ridurre ai minimi termini la risposta di giustizia che avrà sicure, immediate e  positive ripercussioni che miglioreranno le  condizioni di convivenza civile dei cittadini amministrati. Intervenire sulla prescrizione non è un buon segno in quanto paradossalmente nell’attuale scenario l’istituto vigente può ancora ragionevolmente ritenersi l’unico argine a contenere i tempi dei processi tenendo conto comunque del senso di responsabilità dei giudici  che nonostante il carico di lavoro  sul campo si danno da fare per non incappare nella  prescrizione (in quanto hanno ben chiaro che la prescrizione  nella sostanza è assoluzione) che comunque così regolamentata resta sempre un segno tangibile di una evoluzione positiva delle condizioni di civiltà giudiziaria finora faticosamente raggiunta. Eliminarla dopo il primo grado di giudizio significherebbe compromettere tutto ed il procedimento penale per la conclusione dei gradi di giudizio potrebbe avere paradossalmente  un  tempo di  vita pari a quella dell’imputato o della parte offesa con la sola  conseguenza della sicura condanna da parte della Corte di Giustizia Europea ai danni del nostro Paese.