Al Teatro Partenio la presentazione della Rassegna di cinema VISIONI 2020

Mercoledì 12 Febbraio presso il teatro Partenio di Avellino ha inizio la Rassegna di cinema  VISIONI, a cura del Centrodonna, in collaborazione con Quaderni di Cinemasud.
Una rassegna per connettersi con il mondo. Una Rassegna per confrontarsi e condividere uno sguardo sul mondo. Piacere puro per film ben fatti, pensati per costruire pezzi di mondo. Cinema d’autore, dunque.

Una realtà complessa ci circonda, cerchiamo percorsi per attraversarla, trovare un senso che ci leghi ad essa, non fatto solo di paura, rifiuto.

Il cinema in questo ci aiuta.

Nel cinema, ogni anno, cerchiamo risposte complesse alla complessità, leggere, come è leggero il pensiero che cerca, dà elementi per conoscerla questa realtà e ci offre idee nuove per interpretare i segni che dalla realtà ci vengono.

Cerchiamo, mentre costruiamo la Rassegna, conoscenza e nuovi percorsi di senso.

Quest’anno i primi tre film costituiscono il cuore di VISIONI:Essere donna e la differenza

che questo esprime.

Donna e il pensiero patriarcale che con i tempi lunghi della Storia ancora occupa le menti di troppi uomini e, sotto altre forme,di tante donne.

Una Commedia leggera e scatenata parte dal farsi la domandaparadossale “E se Dio fosse donna?”

L’ordine cambia, le priorità si invertono, nuove mappe di pensiero occupano la nostra testa.

Altro è possibile. Altre libertà si affacciano. La realtà cambia,liberata dal peso del già pensato.

Questo racconta “Dio è donna e si chiama Petrunya, che parla tanto anche alla nostra Europa, all’Italia.

E, insieme alla regista macedone Teona Strugar altri film danno altre risposte al nostro tema.

“Ritratto di una giovane in fiamme ” di Celine Sciamma, “Le invisibili di Louis-Julien Petit

Tesnota” del giovane regista russo Kantemir Balagov.

Altro tema centrale della Rassegna è limmigrazione intorno a cui coltiviamo pensieri che non ci aiutano a capire, solo a difenderci.

Per questo abbiamo scelto un film che non parla di arrivi in Italia,come un problema da allontanare, ma di giovani che partono dall’Africa, avvolti e protetti dalla loro cultura dai loro desideri,tutto cancellato dal mare.

Ci ha conquistato la giovane regista Mati Diop, appartenente ad una colta famiglia senegalese che si è nutrita in famiglia di musica dal padre e di cinema dallo zio, il grande Djibril Diop Mambety.

Una giovane donna che vuole capire il suo tempo e la sua gente ed ha costruito per noi un film misterioso, nuovo, insolito.

Mati Diop ci fornisce un altro modo di guardare all’ immigrazione,ci offre la possibilità di conoscere la vita di africani giovani coraggiosi ed esigenti che affrontano il grande mare, rischiando anche la vita, come tanti giovani da sempre per seguire il loro destino.

Sta a noi che farne di questa storia, di questo sguardo che Mati Diop ci porta: se cancellarlo, affondarlo o farne uno snodo per capire altro.

Anche L’Età giovane” dei fratelli Dardenne, parla dello stesso tema: quali atteggiamenti avere rispetto a chi è diverso, per colore di pelle, religione ed è già accanto a noi, in Francia e Belgio, paesi coloniali che da tempo hanno accolto immigrati dalle loro ex colonie e che oggi vivono la radicalizzazione di tanti giovani, di seconda terza generazione.

E i fratelli Dardenne, senza giudizi preconcetti, fanno il loro lavoro di sempre, bene come sempre.

Osservano, riprendono la realtà che vivono tanti giovani, non solo per denunciare, ma per capire, loro, ma anche noi stessi.

Terzo tema: come il neoliberismo impatta sulle nostre vite, sulle nostre relazioni e i nostri sentimenti.  Ken Loach, con “Sorry wemissed you” ha avvertito che dietro i problemi economici determinati per tanti da un sistema economico che pone al centro il danaro, non gli uomini e le donne, c’è un’altra realtà che agisce più a fondo e che fa più male. Perdita della sicurezza economica,perdita di diritti e con essi perdita di legami con gli altri e con la propria vita e con tutto ciò che si costruisce nel campo delicato degli affetti, l’unico che dà forza e sicurezza.

AncheParasite ” del regista coreano Bong Joon-ho e “Il Paradiso, probabilmente” del regista palestinese Elia Suleiman costruiscono i loro film sugli effetti del neoliberismo, Bong Joon-ho in modo grottesco e spiazzante, mettendo a confronto e in contatto la povertà di troppi con la ricchezza di pochi.

La chiave usata è il capovolgimento, il cambio di passo.

Elia Suleiman è più interessato, a partire da quanto accade in Palestina, a osservare la globalizzazione della violenza, della dittatura, del controllo sulle vite delle donne e degli uomini.

Inutile cercare il Paradiso altrove, oltre Nazareth, dappertutto troviamo miseria, polizia oppressiva, laboratori di repressione globale.

Ma la cifra del film è l’ironia, l’umorismo, forse il segno della forza del soggetto che pensa, della radicalità presente in uno sguardo a lato che riflette e così crea altri modi di essere.

“La marginalità come luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza”.